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e sto zitto, pensando a Marino

mi srto dedicando alla lettura di alcuni testi molto interessanti, in particolare il saggio di Buchanan dal titolo Previsioni. E’ un saggio scritto da un fisico che si occupa anche di economia e che da tutti gli elementi anche teorici per spiegare come le premesse della teoria economica neo classica siano totalmente errate e come l’uso di modelli alternativi siano necessari per cercare di mettere un pò di ordine nei fatti economici. Ne parlerò una volta finito il saggio.

Ma il rumore di fondo rimane l’ inchiesta romana e le sue conseguenze politiche. Avendo sin dai primi attacchi portati al sindaco, difeso Marino quel che mi chiedo è cosa più giusto sia fare. La richiesta di dimissioni, da più parti richieste, non si possono scartare semplicemente sulla base che a richiederle sono forze che dovrebbero stare in silenzio, penso a Berlusconi ( ma vogliamo anche ricordare che l’agibilità politica di Berlusconi è oggi data dal suo rapporto con Renzi?). In una situazione di tale degrado e sospetti la cosa più semplice per Marino sarebbe richiedere nuovi elezioni per potersi presentare con una nuova classe politica. Ma sarebbe davvero possibile una campagna elettorale in cui si possa discutere del merito dei problemi e che metta in campo una politica capace di rinnovarsi? Credo che sarebbe molto difficile, il rischio è che una politica ancora fortemente dominata da interessi, da sottogoverno, da giochi esterni ai problemi della città, porterebbe ad una situazione anche peggiore. Contro questa affermazione si potrebbe dire che questo vuol dire non credere nella democrazia, nella capacità dei cittadini elettori di individuare la giusta alternativa. Il discorso sarebbe lungo ma io credo che la democrazia non stia tutto e solo nell’atto del voto ma sopratutto nella capacità di contribuire e di partecipare. Partendo da quest’ultima affermazione credo che difendere Marino voglia dire chiedere che la sua amministrazione diventi processo di creazione di momenti di forte partecipazione e di controllo. Bisogna far sì che cittadini che vogliano direttamente essere coinvolti e che sappiano ed abbiano gli strumenti per verificare e controllare atti del comune siano parte dell’attività politica della giunta. Se Marino sarà capace non solo di mantenere un attività indipendente ma anche di aggregare ed aprire a forme nuove anche di partecipazione allora vorrà dire avere fatto di questa occasione un’ occasione di rilancio della politica. Se invece tutto rimarrà come prima si sarà persa un altra occasione. Per semplificare, non è un pò strano che la cooperativa avesse tutti quei finanziamenti e nessuno abbia controllato la congruità ed il modo di elargizione. Ecco magari ci possono essere dei cittadini che possono spulciare situazioni simili e mettere in allarme il Comune che poi procederà a verifiche, si chiamerebbe democrazia partecipativa

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Della difficoltà di scrivere qualcosa che faccia senso

Ci sono molte cose di cui scrivere, su cui cominciare riflessioni da condividere. Forse troppe. Anzi troppe, e così veloci che l’una tende a far dimenticare quella precedente. Per di più ciascun evento è legato ed al tempo stesso slegato, trovare connessioni, trovare gli intrecci richiede tempo, pazienza ed indagine. E nel mentre che tu fatichi per trovare i collegamenti, già succede qualcosa d’altro, e rimette in discussione quel che avevi cercato di mettere insieme, di costruire all’interno di una logica che ti pareva quantomeno resistente all’analisi. Job Act, l’attacco al sindaco Marino, l’inchiesta della magistratura romana che apre scenari da romanzo criminale, il governo italiano che rimane uno dei pochi a sostenere l’accordo TTIP come viene proposto dagli USA, i 5stelle che arrivano alla resa dei conti, e poi tante altre cose. Fenomeni, fenomeni che avvengono e che si osservano, ma come mai avvengono? Ho di recente avuto una discussione con un amico di fb sul fatto che io non credo che siano fenomeni che nascono per caso, credo che siano la risultante di azioni commesse da noi uomini e donne, e non avendo alcuna cultura del complotto, il problema è come riesci a spiegare, a trovare i percorsi che poi portano a quei fenomeni. Avrei voluto parlare della diseguaglianza, e lo farò in altro post, perchè credo che questo sia il problema cruciale, il problema su cui si riscopre la differenza ideologica, quella che cercano di dirci che è morta e così fan trionfare la loro di ideologia. Ma di fronte al susseguirsi di avvenimenti, mi pare più utile soffermarmi su quanto sia travolgente e soverchiante la realtà. Che di giorno in giorno supera l’attività narrativa degli scrittori, costruisce trame noir che pochi grandi scrittori riescono a copiare. Così dalla lettura del libro di Rampini, Rete Padrona, che parla dei fenomeni Google, Apple e simili, prendo lo spunto di leggere un romanzo che è ambientato in quel mondo, Il Cerchio di D. Eggers, e mentre ti addentri nella trama del libro vieni colpito dalle notizie del processo che coinvolge Apple e Steve Jobs e delle sue e.mail, e pensi: meglio la realtà del libro. Così leggi della teoria, non nuova, degli universi paralleli, e pensi che forse questo può spiegare alcune coincidenze, il formarsi di alcuni fenomeni. Altrimenti come puoi? Altrimenti ti devi sempre rifugiare nella limitata conoscenza antropologica, in quel poco che sappiamo dei processi cognitivi, della logica inerente il modello capitalistico e della nuova egemonia culturale che ci permea. Poi ti accorgi che molte altre cose succedono ed hanno segno contrario, cresce la share economy, mica tutto rose e fiori ma certo risposta alternativa e comunque un segno forte, crescono nuovi movimenti e partiti, Podemos in Spagna e Syriza in Grecia, ma anche i neonazisti nei paesi nordici, e la Svezia andrà al voto dopo pochi mesi dalle ultime elezioni perchè il governo socialdemocratico e verde non ha più la maggioranza. Ed in Ucraina formano il nuovo governo e scopri che tre ministri non sono ucraini, gli viene concessa la nazionalità in un giorno per permettergli di far parte del governo, e sono stati scelti da un agenzia di “cacciatori di testa” ma rappresentano gli “amici” americani, quelli che hanno costruito quest’altro scenario di scontro. E ti domandi se poi non sia vero quel che tanti dicono e che tu stesso leggi e cioè che oggi siamo nelle stesse condizioni in cui scoppiarono le due guerre mondiali del 900, e per questo bisogna aprire tutti i fronti possibili, per dare sfogo alla macchina vorace che c’è in noi, che c’è nel nostro procedere per progresso e regresso, e quindi fare tante piccole guerre per evitarne di farne una che non si sa come finirebbe. E così vedi che la gente torna a pensare alla Russia come alla grande URSS comunista, ma come non l’abbiamo distrutta quella cosa là, quell’utopia mancata, quell’utopia che è troppo difficile per le nostre capacità, ed ora guardiamo al Putin come se fosse uno nuovo Stalin e parliamo di imperialismo russo, di espansionismo della Grande Madre Russia, ma ci dimentichiamo del grande Impero, di quello che ancora domina, l’Impero Americano. Che nella storia dell’uomo Imperi ci son sempre stati e generalmente più di uno allo stesso tempo, è che noi studiamo solo la storia dell’occidente. Ma sempre ci sono stati i tempi del crollo di questi imperi, che son tempi lunghi, perigliosi e che nessuno può prevedere cosa accadrà dopo. Ed allora ci potremmo accontentare di essere in prima fila nell’assistere all’inizio del crollo dell’impero, son anni che lo sostengo, dopo attente letture. L’impero occidentale, rappresentato dagli USA ha iniziato il suo percorso di decadenza e finirà. Cosa verrà dopo nessuno lo può predire. Ma non è nel mio essere, semplicemente assistere, in qualche maniera bisogna partecipare, perchè se non si sa cosa verrà dopo, il segno può essere diverso a seconda di quali forze avranno la capacità di guidare il processo storico. La storia mai è statica, ma a progresso può corrispondere anche regresso. E proprio ieri Hawking ci ricordava che l’ Intelligenza Artificiale può essere un serio pericolo per il genere umano. Così come i cambiamenti climatici. Perchè possiamo discutere di quanto le attività umane siano responsabili del cambiamento, ma che ci sia un cambiamento climatico oramai non ci sono dubbi. E le implicazioni sono enormi, ma noi che facciamo?, a parte dei movimenti che hanno poco potere, chi domina il mondo, chi ha il potere fa poco, perchè rischia di mettere in discussione gli equilibri economici su cui si base questo modello di società.

Da quì nasce la mia voglia di continuare a studiare per aiutare a capire, solo l’intelligenza collettiva può sperare di mettere insieme i pezzi, per costruire qualcosa di diverso, anche utopico ma capace di dare processi concreti. La politica d’altronde dovrebbe essere questo, e se oggi lo è sempre meno, l’unica arma che i cittadini hanno è di cercare di riprendersi il filo, per poterlo condurre in una direzione che faccia e serva la maggioranza e non i pochi. Continuo a rimanere incredulo quando sento dire che in questa crisi tutti pagano qualcosa, ed invece i dati ci dicono che c’è un piccolo nucleo di persone che non solo non sente la crisi ma ne guadagna, ne esce più ricco e più forte. Perchè la diseguaglianza non è solo economica, è anche quella dei diritti, della possibilità di partecipare e di contare, in poche parole è la capacità di costruire una democrazia partecipata. Al contrario quel che lor signori vogliono è una democrazia decisionale, in cui pochi possano controllare i più, una democrazia tecnocratica ed elitaria che diventa necessariamente una democrazia autoritaria.

D’Alema è sempre D’Alema

Questa è l’intervista fatta da D’Alema al Corriere della Sera a proposito della visita e della cena di Tony Blair con Renzi.

http://www.corriere.it/politica/14_novembre_29/d-alema-renzi-lasci-terza-via-bisogna-riscoprire-stato-dac59766-77b8-11e4-8006-31d326664f16.shtml

Lasciando da parte i motivi che possono aver spinto il D’Alema a rilasciare questa intervista, che con uno come lui sono sempre rilevanti, fanno parte del messaggio che vuole mandare e che generalmente non è per la maggioranza dei lettori, il succo dell’intervista è molto interessante perchè è una delle poche volte in cui si analizza la politica della sinistra italiana dopo la caduta del muro di Berlino. E D’Alema lo fa con capacità anche autocritica, ma a mio giudizio parziale tant’è che non ne esce alcuna indicazione su quello che dovrebbe essere fatto oggi, vediamo il perchè.

Cominciamo da quel che D’Alema dice per sintetizzare cosa fu la terza via: “lo sforzo di far incontrare i principi del socialismo con una visione di tipo liberale”. Fu davvero questo o solo questo? E perchè si considerò necessario questo esperimento? Nella tradizione politica europea forze che si riferiscono ad una tradizione liberal socialista o social liberale sono sempre esistite ed hanno giocato un ruolo, se pur sempre ristretto, quindi non c’era nullo di nuovo da un punto di vista di elaborazione teorica. A mio giudizio, il problema fu che nella sinistra comunista e socialista, pochi avevano affrontato il tema di cosa fare e di come muoversi a seguito della possibile scomparsa dell’impero sovietico. Sia i partiti comunisti che quelli socialisti furono presi alla sprovvista, furono travolti dalla “fine della storia”. Allora quando movimenti, pensatori vengono presi alla sprovvista, vengono colti dall’effetto del “cigno nero”, reagiscono con l’istinto della sopravvivenza e facilmente cadono nella  sottomissione all’avversario. A mio giudizio questo è quel che è successo, semplicemente nel tentativo di salvare una propria storia si è cercato di trovare una risposta che non si era elaborata e si è diventati esegeti del capitalismo. Per di più di un capitalismo così come si era venuto configurando, cioè si è accettato non tanto il capitalismo in quanto modello di produzione di merci e di rapporti sociali, ma in quanto modello di massimizzazione dell’accumulazione. D’Alema tenta di difendere quella scelta ricordandone alcuni effetti positivi ” ridusse drasticamente la presenza statale nell’economia, si fecero le  privatizzazioni, molte liberalizzazioni, riforma delle pensioni e del mercato del lavoro”, per poi enunciare e richiamare i limiti di quella politica e quindi non si accorge che contraddice ciò che considera effetti positivi. Non riesce a leggere la crisi dell’oggi come la conseguenza di quelle scelte, l’aver drasticamente ridotta la presenza dello stato ha fatto sì che non ci fosse più una politica industriale, che non ci fosse il collateralismo tra investimento pubblico e privato ed ha permesso ad una base industriale debole,e poco incline all’innovazione ed al rischio, di sopravvivere attraverso il processo di privatizzazione che è stato fondamentalmente trasferimento di ricchezza dal pubblico al privato. Non si può non ricordare che D’Alema è uno degli artefici di quella commistione tra potere politico e capitale che raggiunge in quegli anni il massimo livello, e quì siamo dentro ad uno degli aspetti più interessanti del neo-liberismo la privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite. Ricordiamo i rapporti con Colannino, le vicende Unipol, l’ “abbiamo una banca”, il crack MPS. Ecco queste cose D’Alema non le dice, perchè le dimentica? o non sa come affrontarle? Poi ci dice che la Terza via “fu pensata in una prospettiva ottimistica della globalizzazione, che si è rivelata fallace” ma non dice una parola su come era stata valutata la globalizzazione, quali le analisi che furono fatte, perchè a mio giudizio la sx, in particolare quella italiana, non fece alcuna analisi, si lasciò trascinare, credette al miraggio della creazione di valore attraverso la creazione del denaro tramite denaro. Ci dice anche che l’eccesso di liberalizzazione ha portato ad enormi diseguaglianze ed a instabilità economica ed in ultima analisi alla crisi del 2008. Per giove, grande autocritica ma nel frattempo che ha fatto?, che ha fatto dopo la crisi del 2008? Ha messo in discussione i paradigmi che avevano portato ad inseguire la Terza via?. A me non pare tant’è che l’aver in una maniera od altra accettata la politica di austerità non fa altro che seguire le stesse logiche che lo avevano portato ad abbracciare la Terza via.

Poi ci parla della deregulation finanziaria, fatta da Clinton, e che è stato un errore, ma niente ci dice su cosa è stato fatto per correggere quell’errore, e lui di ruoli ne ha avuti per fare qualcosa. Poi ribatte sul fatto che la riduzione del ruolo dello Stato era il tema di vent’anni fa ed oggi bisogna riscoprire il ruolo dello Stato. Ma lui ed il PD dov’erano, mica dieci anni fa ma due anni fa, nel governo Monti, che era tutto diminuire il ruolo dello Stato.

Ci dice poi che la crisi di oggi ” ha radici nella debolezza della politica e dell’azione pubblica” e che la crisi in europa è crisi di domanda interna. Allora io capisco che in un intervista il tempo e lo spazio è limitato ma dire semplicemente che la politica è debole e che è crisi di domanda interna mi pare riduttivo. Primo perchè c’è una politica forte, quella delle classi dominanti che hanno ben in mente quel che vogliono e che lo scontro con gli strati subalterni, il ridimensionamento della classe media lo hanno nei loro obiettivi, quindi la debolezza è della politica di sinistra mica di tutta la politica. Ed in europa cosa fa il PSE? appoggia una commissione che è espressione della politica più marcatamente legata al concetto di austerity e di dominio tedesco. La crisi di domanda è in realtà l’effetto delle politiche neo-con, persino in USA a fronte di una ripresa del PIL e dell’ occupazione non si assiste ad una ripresa dei salari, tant’è che Obama perde le elezioni Mid Term. Di tutto ciò non una parola

Entra poi su alcuni aspetti di misure prese dal governo, sostiene che la legge elettorale non è così urgente, visto che il governo vuole durare fino al 2018 e che l’Europa non ci chiede una legge elettorale. Quindi accettiamo che l’europa ci detti l’agenda politica? Ma poi cos’è quest’europa? mi sembra come per gli economisti neo-classici quando si parla del mercato, un essere superiore, non umano che ci sta sopra. Ma l’ Europa sono uomini, siamo noi, la smettiamo di fare dell’ europa una religione? E sulla legge del mercato del lavoro ci dice che è d’accordo al contratto unico a tutele crescenti per ridurre la precarietà del lavoro. Ora se fai un intervista e stai criticando la Terza Via sia come esperienza passata che come riferimento per l’attuale non puoi dire tali banalità. La precarietà del lavoro è data dalla condizione sociale dei rapporti di produzione, se i processi di delocalizzazione e di rilocalizzazione non sono gestiti e regolati il lavoro sarà sempre precario, la precarietà ha poco a che fare con le normative del mercato del lavoro. Ancora una volta non si esce dall’equivoco che le norme tipo art 18 sono norme in difesa della libertà individuale, per evitare discriminazioni, niente hanno a che fare con la precarizzazione. Che poi mi si deve spiegare perchè le tutele crescenti diminuiscono la precarietà.

La fine dell’ intervista è più interessante e meno criticabile. D’Alema individua nella riforma dei mercati finanziari, a partire da quelli europei uno degli obiettivi di una politica di sinistra così come il superamento della politica di austerità. In questo senso metto in luce che le politiche sin quì enunciate dalla commissione, a partire dal piano di investimenti di 300 miliardi, sono solo annunci e tutto ciò che è stato fatto fin ora è un timido tentativo di superare alcune delle politiche più rigide dell’austerità. Ma non spende una parola su come aggredire questo problema, quali proposte alternative e quali forze coinvolgere per ottenere dei cambiamenti.

Per finire un intervista che ha il merito di inquadrare quel che è stata la Terza Via ed anche dei suoi fallimenti, ma senza quella profondità e connessione con il presente che sarebbe necessario per elaborare qualcosa di alternativo. Appare sopratutto un “dileggio” verso Renzi il quale però non ha responsabilità per quello che è stato fatto e quindi è un “dileggio” più culturale, e l’aspetto politico rimanda ad uno scontro futuro.

Io NON Voto

In questi giorni molto si discute dell’astensionismo. E’ naturalmente la conseguenza delle elezioni regionali che hanno fatto evidenziare un livello di astensione mai raggiunto prima. Per di più il fenomeno ha coinvolto una regione, l’Emilia Romagna, che ha un lunga e radicata tradizione di coinvolgimento politico ed è sempre stata una delle regioni a maggiore partecipazione elettorale. Tentare di spiegare il fenomeno è molto complesso e, nella situazione “antropologica” in cui si trova il paese, non si riesce a fare un analisi che non sia troppo faziosa. Infatti ad esempio, nel PD il dibattito è se il forte segnale di discontinuità col passato, sopratutto in Emilia, sia dovuto alle politiche di Renzi, che sono di dx, oppure il risultato del deterioramento dei comportamenti delle classi politiche regionali, e quindi della dirigenza passata del PD. In realtà non c’è modo, con i dati che si hanno, almeno che io posso avere, di fare analisi che permetta di trovare, non dico rapporti di causa ed effetto, ma neanche di forte correlazione. Allora quale discussione può essere elemento di confronto più pacato?

Una delle domande che vengono poste nel dibattito è ,ma qual’è il valore di un astensione, o meglio, chi si astiene fa una scelta politica, fa una scelta che può in qualche maniera condizionare il dibattito politico, o è una forma di arresa, di abbandono e di ammissione di irrilevanza? Naturalmente lungo sarebbe discuterne in profondità. Quello che faccio è partire da me, dalla mia decisione di non votare. Spiegare perchè, sopratutto cercare di spiegare che è una scelta politica, anche se riconosco che è debole. Io non vado a votare da molti anni, in realtà di tanto in tanto torno a votare. Forse si può partire da quì, quand’è, quali sono le condizioni per cui la mia volontà di elettore è forte abbastanza per recarmi alle urne? Io ho votato, ed ho partecipato per quel che ho potuto alla campagna elettorale, per Pisapia sindaco di Milano, all’epoca vivevo a Milano. Perchè? Perchè le giunte di cdx erano state uno schifo, la Moratti ha rappresentato l’ennesima prova che lasciare la gestione politica nelle mani dell’oligarchia dominante fa disastri, ma sopratutto perchè mi fidavo di Pisapia. Mi piaceva il suo modo di creare un lavoro collettivo, lo vedevo come uomo di sx ma non di “partito”, uomo “radicale” ma capace di dialogo anche con gli avversari. Insomma andai a votare perchè la condizione peculiare, quello che chiamo il contesto, era drammatica e c’era un alternativa che mi convinceva. Se devo dire che i primi anni di esperienza della giunta Pisapia, hanno consolidato il mio appoggiare Pisapia, devo ammettere che la risposta è a metà tra soddisfazione e delusione.  Poi sono tornato a votare alle ultime politiche, ed ho votato PD per Bersani. Perchè? Perchè speravo che si potesse ottenere quella maggioranza necessaria per aprire una nuova fase, per iniziare un percorso che permettesse al paese di superare il dramma del berlusconismo. E perchè pensavo che Bersani fosse la persona in grado di facilitare questo percorso. Non sono mai stato del PD, sono sempre stato convinto che l’operazione che ha portato alla nascita del PD fosse sbagliata e che non avrebbe generato quel partito o forza politica capace di affrontare le problematiche della modernità. Ma ho creduto che Bersani, per la sua storia, la sua capacità di dialogo, il suo non carisma, potesse essere la persona giusta. Per chiarire, durante la campagna elettorale mi sono reso conto, di giorno in giorno, delle debolezze di Bersani, sono andato in ogni caso a votare perchè oramai c’era l’abbrivio mentale, ma ero sicuro che la campagna elettorale di Bersani era stata un disastro e che non avrebbe vinto. Ecco, anche questo è un punto importante, ci sono andato anche se mi ero convinto che avrebbe perso, perchè? Ho prima parlato di “abbrivio” mentale, di qualcosa che inizi e che non puoi fermare, spesso nella vita ci troviamo di fronte a situazioni di questo tipo. In più c’è sempre la speranza che ti stai sbagliando che forse alla fine succederà quel che hai sperato ma che pensi non possa accadere, è l’irrazionale, è ciò che non puoi spiegare, ma che in politica ha un suo significato. Ma detto perchè sono andato a votare nelle due occasioni descritte, perchè avevo smesso di votare, l’ultima è stata nel 2001? Premetto non mi considero un elettore medio perchè: mi sono sempre occupato di politica, ed ho partecipato attivamente alla politica a partire dal liceo fino alla fine dell’università, ho un livello di istruzione molto elevato, ho avuto la fortuna di vivere e lavorare per lunghi periodi in paesi esteri, tra cui gli USA, che mi ha permesso di conoscere in profondità altre culture e sistemi. Dunque perchè avevo smesso di votare. Naturalmente non c’è un solo motivo, ce ne sono molti e tentare di fare un elenco che sia in qualche maniera per ordine di importanza non so quanto sia utile.

La prima considerazione, di cui mi sono avveduto col tempo e quindi era latente inizialmente, è il problema della rappresentanza. Sono cresciuto, mi sono formato, considerando che uno degli aspetti fondamentali della politica fosse, sia, la possibilità di partecipare e di avere rappresentanza. Rappresentanza vuol dire che c’è l’opportunità di “contare” di avere delle cose da dire e da fare. E mi sono reso conto che il passaggio dalla cosiddetta prima repubblica alla seconda ha coinciso con la modifica del concetto di rappresentanza. Il problema della governabilità è diventato acuto, o meglio è stato fatto diventare il problema politico fondamentale. Anche quì la razionalizzazione di alcuni di questi temi avviene a post, perchè capisci le connessioni che all’inizio non erano così chiare. Ed il discorso della diminuzione del valore della rappresentanza è processo che non vale solo per il nostro paese, ma è uno dei meccanismi su cui le classi dominanti stanno giocando per trasformare la democrazia in senso più autoritario, questo è argomento che necessita di un post a parte. Il nostro paese ha vissuto un dopoguerra complicato ma anche molto produttivo e sicuramente di successo, che per di più ha esteso vantaggi alla maggioranza degli strati sociali. E i governi cambiavano quasi ogni anno, quindi la governabilità è questione più complessa che semplicemente riferirsi alla frammentazione del quadro politico legato al concetto di rappresentanza. Eppure in nome della governabilità si è provveduto a minare il concetto di rappresentanza, si è costruito un meccanismo di accorpamento pre elettorale, le cosiddette coalizioni, che a mio giudizio sono state uno dei problemi della seconda repubblica. Ma per tornare ai miei motivi di non voto, questo è il primo: ho incominciato a sentire che il sistema in qualche modo togliesse valore al mio voto, in quanto voto da rappresentare. In più, sempre sul tema della rappresentanza, non c’era forza che potesse rappresentare la mia idea di “polis”. Io sono sempre stato progressista, un altro tema che discuterò è cosa voglia dire per me essere progressista, e quindi pur senza demonizzare non potrei votare partiti di dx. A sinistra c’era la coalizione di centro sinistra, oggi rappresentata dal PD, che proprio per come è stata concepita e costruita non mi dava rappresentanza perchè sintomo di non comprensione del mutamento che avveniva nel mondo e giocata tutta su una traccia “elettorale”, il famoso si vince al centro ( non c’è nessun dato che questo sia vero ma questo è stato il mantra), o ci sono stati i vari tentativi di riedizione di gruppi che si rifacevano alla tradizione “comunista” dei movimenti del 900. Ora come si fa a farsi rappresentare da chi non ha fatto i compiti a casa e compreso le ragioni della sconfitta dell’esperienza del comunismo, o socialismo reale che si voglia dire? Come si fa a farsi rappresentare da chi non ha capito il nuovo livello di scontro, l’immissione della potenza della tecnologia, come mai nella storia dell’umanità, l’apertura dei mercati non tradizionali con il prepotente affacciarsi di nuovi giocatori in primis la Cina? L’astensione alle regionali,  processo che è venuto avanti da un pò di anni e di elezioni, si può far risalire anche al problema della rappresentanza?

Il secondo elemento per cui non andavo a votare mi è stato chiaro sin dalla prima volta che ho preso la decisione: non mi fido di questi politici, li considero corrotti, ma non solo in senso materiale ma in senso generale, corrotti nella loro accezione di politici, ciascuno per motivi diversi ma tutti corrotti. In questo ho un pò precorso i tempi, forse la mia esperienza internazionale mi ha aiutato. Per fare un esempio Berlusconi è corrotto in quanto il suo fare politica è fondamentalmente fare il suo interesse, e delle sue aziende, ma così parte della sinistra, faccio riferimento a quel che poi diventa PD, che parla di diversità antropologica, dio mio che errore\orrore, in realtà ha allevato un sistema complementare e similare che non può che degenerare, ed il caso Emilia è eclatante, così come la storia del movimento cooperativo. Tant’è che da questo movimento ne verrà fuori il ministro del lavoro Poletti che è l’emblema del fallimento dell’idea della cooperazione ed allo stesso tempo del collateralismo, che inevitabilmente corrompe, tra politica ed affari. Quì ci sarebbe da riprendere tutto il dibattito sull’emergenza “morale” che venne posto da Berlinguer e che a mio giudizio in gran parte era diretta all’interno del partito ed al modo in cui il partito gestiva il partito, là dove aveva responsabilità di governo. L’altra parte della sinistra è corrotta dal suo non aver fatto i conti con la storia, per cui ha ancora dentro parole d’ordine che non solo non aiutano ma sono freni alla comprensione ed allo sviluppo di nuovi pensieri.

Il terzo elemento che mi sento di elencare è il ruolo dei media e dell’informazione. Anche questo è una razionalizzazione ad post, perchè non è facilmente razionalizzabile. I media in questi ultimi 30 anni, particolarmente nel nostro paese, sono diventati strumento di pura propaganda e manipolazione. Con questo non voglio dire che prima non avessero questo ruolo ma, a mio giudizio, esisteva una parte di informazione che faceva “Controinformazione” e permetteva una certa dinamica di confronto. Se tu percepisci che lo strumento di informazione diventa fortemente manipolativo può scattare un meccanismo di ribellione, un meccanismo di difesa, di rifiuto che si può tradurre nell’abbandono. Oggi sempre di più mi chiedo quanto di quel che ascolto, leggo, sia manipolato a proposito, manipolato perchè non accurato, manipolato perchè comprato. Ed allora come faccio a costruire un processo decisionale che mi porti ad esprimere un voto che non sia solo “di appartenenza” ma anche ragionato?

Sono già stato troppo lungo ma per quel che valgono sono alcune delle considerazione che fanno di me un NON votante, consapevole di contare poco, proprio grazie al non voto, ma alla fine ciascuno vive della sua dignità e del potersi guardare allo specchio. E penso che il mio non voto serva a qualcosa? Credo che possa servire se qualcuno, con cui collaborerei volentieri, si rende capace di costruire quella rete che potrebbe riaggregare tutti quelli che non vanno a votare, perchè al contrario di quel che ci vogliono fare credere, se l’offerta politica è seria e ben costruita molti di quelli che non sono andati a votare potrebbe tornare a votare.