D’Alema è sempre D’Alema

Questa è l’intervista fatta da D’Alema al Corriere della Sera a proposito della visita e della cena di Tony Blair con Renzi.

http://www.corriere.it/politica/14_novembre_29/d-alema-renzi-lasci-terza-via-bisogna-riscoprire-stato-dac59766-77b8-11e4-8006-31d326664f16.shtml

Lasciando da parte i motivi che possono aver spinto il D’Alema a rilasciare questa intervista, che con uno come lui sono sempre rilevanti, fanno parte del messaggio che vuole mandare e che generalmente non è per la maggioranza dei lettori, il succo dell’intervista è molto interessante perchè è una delle poche volte in cui si analizza la politica della sinistra italiana dopo la caduta del muro di Berlino. E D’Alema lo fa con capacità anche autocritica, ma a mio giudizio parziale tant’è che non ne esce alcuna indicazione su quello che dovrebbe essere fatto oggi, vediamo il perchè.

Cominciamo da quel che D’Alema dice per sintetizzare cosa fu la terza via: “lo sforzo di far incontrare i principi del socialismo con una visione di tipo liberale”. Fu davvero questo o solo questo? E perchè si considerò necessario questo esperimento? Nella tradizione politica europea forze che si riferiscono ad una tradizione liberal socialista o social liberale sono sempre esistite ed hanno giocato un ruolo, se pur sempre ristretto, quindi non c’era nullo di nuovo da un punto di vista di elaborazione teorica. A mio giudizio, il problema fu che nella sinistra comunista e socialista, pochi avevano affrontato il tema di cosa fare e di come muoversi a seguito della possibile scomparsa dell’impero sovietico. Sia i partiti comunisti che quelli socialisti furono presi alla sprovvista, furono travolti dalla “fine della storia”. Allora quando movimenti, pensatori vengono presi alla sprovvista, vengono colti dall’effetto del “cigno nero”, reagiscono con l’istinto della sopravvivenza e facilmente cadono nella  sottomissione all’avversario. A mio giudizio questo è quel che è successo, semplicemente nel tentativo di salvare una propria storia si è cercato di trovare una risposta che non si era elaborata e si è diventati esegeti del capitalismo. Per di più di un capitalismo così come si era venuto configurando, cioè si è accettato non tanto il capitalismo in quanto modello di produzione di merci e di rapporti sociali, ma in quanto modello di massimizzazione dell’accumulazione. D’Alema tenta di difendere quella scelta ricordandone alcuni effetti positivi ” ridusse drasticamente la presenza statale nell’economia, si fecero le  privatizzazioni, molte liberalizzazioni, riforma delle pensioni e del mercato del lavoro”, per poi enunciare e richiamare i limiti di quella politica e quindi non si accorge che contraddice ciò che considera effetti positivi. Non riesce a leggere la crisi dell’oggi come la conseguenza di quelle scelte, l’aver drasticamente ridotta la presenza dello stato ha fatto sì che non ci fosse più una politica industriale, che non ci fosse il collateralismo tra investimento pubblico e privato ed ha permesso ad una base industriale debole,e poco incline all’innovazione ed al rischio, di sopravvivere attraverso il processo di privatizzazione che è stato fondamentalmente trasferimento di ricchezza dal pubblico al privato. Non si può non ricordare che D’Alema è uno degli artefici di quella commistione tra potere politico e capitale che raggiunge in quegli anni il massimo livello, e quì siamo dentro ad uno degli aspetti più interessanti del neo-liberismo la privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite. Ricordiamo i rapporti con Colannino, le vicende Unipol, l’ “abbiamo una banca”, il crack MPS. Ecco queste cose D’Alema non le dice, perchè le dimentica? o non sa come affrontarle? Poi ci dice che la Terza via “fu pensata in una prospettiva ottimistica della globalizzazione, che si è rivelata fallace” ma non dice una parola su come era stata valutata la globalizzazione, quali le analisi che furono fatte, perchè a mio giudizio la sx, in particolare quella italiana, non fece alcuna analisi, si lasciò trascinare, credette al miraggio della creazione di valore attraverso la creazione del denaro tramite denaro. Ci dice anche che l’eccesso di liberalizzazione ha portato ad enormi diseguaglianze ed a instabilità economica ed in ultima analisi alla crisi del 2008. Per giove, grande autocritica ma nel frattempo che ha fatto?, che ha fatto dopo la crisi del 2008? Ha messo in discussione i paradigmi che avevano portato ad inseguire la Terza via?. A me non pare tant’è che l’aver in una maniera od altra accettata la politica di austerità non fa altro che seguire le stesse logiche che lo avevano portato ad abbracciare la Terza via.

Poi ci parla della deregulation finanziaria, fatta da Clinton, e che è stato un errore, ma niente ci dice su cosa è stato fatto per correggere quell’errore, e lui di ruoli ne ha avuti per fare qualcosa. Poi ribatte sul fatto che la riduzione del ruolo dello Stato era il tema di vent’anni fa ed oggi bisogna riscoprire il ruolo dello Stato. Ma lui ed il PD dov’erano, mica dieci anni fa ma due anni fa, nel governo Monti, che era tutto diminuire il ruolo dello Stato.

Ci dice poi che la crisi di oggi ” ha radici nella debolezza della politica e dell’azione pubblica” e che la crisi in europa è crisi di domanda interna. Allora io capisco che in un intervista il tempo e lo spazio è limitato ma dire semplicemente che la politica è debole e che è crisi di domanda interna mi pare riduttivo. Primo perchè c’è una politica forte, quella delle classi dominanti che hanno ben in mente quel che vogliono e che lo scontro con gli strati subalterni, il ridimensionamento della classe media lo hanno nei loro obiettivi, quindi la debolezza è della politica di sinistra mica di tutta la politica. Ed in europa cosa fa il PSE? appoggia una commissione che è espressione della politica più marcatamente legata al concetto di austerity e di dominio tedesco. La crisi di domanda è in realtà l’effetto delle politiche neo-con, persino in USA a fronte di una ripresa del PIL e dell’ occupazione non si assiste ad una ripresa dei salari, tant’è che Obama perde le elezioni Mid Term. Di tutto ciò non una parola

Entra poi su alcuni aspetti di misure prese dal governo, sostiene che la legge elettorale non è così urgente, visto che il governo vuole durare fino al 2018 e che l’Europa non ci chiede una legge elettorale. Quindi accettiamo che l’europa ci detti l’agenda politica? Ma poi cos’è quest’europa? mi sembra come per gli economisti neo-classici quando si parla del mercato, un essere superiore, non umano che ci sta sopra. Ma l’ Europa sono uomini, siamo noi, la smettiamo di fare dell’ europa una religione? E sulla legge del mercato del lavoro ci dice che è d’accordo al contratto unico a tutele crescenti per ridurre la precarietà del lavoro. Ora se fai un intervista e stai criticando la Terza Via sia come esperienza passata che come riferimento per l’attuale non puoi dire tali banalità. La precarietà del lavoro è data dalla condizione sociale dei rapporti di produzione, se i processi di delocalizzazione e di rilocalizzazione non sono gestiti e regolati il lavoro sarà sempre precario, la precarietà ha poco a che fare con le normative del mercato del lavoro. Ancora una volta non si esce dall’equivoco che le norme tipo art 18 sono norme in difesa della libertà individuale, per evitare discriminazioni, niente hanno a che fare con la precarizzazione. Che poi mi si deve spiegare perchè le tutele crescenti diminuiscono la precarietà.

La fine dell’ intervista è più interessante e meno criticabile. D’Alema individua nella riforma dei mercati finanziari, a partire da quelli europei uno degli obiettivi di una politica di sinistra così come il superamento della politica di austerità. In questo senso metto in luce che le politiche sin quì enunciate dalla commissione, a partire dal piano di investimenti di 300 miliardi, sono solo annunci e tutto ciò che è stato fatto fin ora è un timido tentativo di superare alcune delle politiche più rigide dell’austerità. Ma non spende una parola su come aggredire questo problema, quali proposte alternative e quali forze coinvolgere per ottenere dei cambiamenti.

Per finire un intervista che ha il merito di inquadrare quel che è stata la Terza Via ed anche dei suoi fallimenti, ma senza quella profondità e connessione con il presente che sarebbe necessario per elaborare qualcosa di alternativo. Appare sopratutto un “dileggio” verso Renzi il quale però non ha responsabilità per quello che è stato fatto e quindi è un “dileggio” più culturale, e l’aspetto politico rimanda ad uno scontro futuro.

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